Corni di Fiasco · Maruggio · Storie
Storie di Maruggio e dintorni, sullo Ionio
Da Corni di Fiasco si vedono ulivi, muretti a secco e un trullo; uno di quegli ulivi ha almeno cinquecento anni. Il resto va cercato: a venti minuti ci sono le mura di una città sotto cui morì un re di Sparta, sulla spiaggia una torre che aspettava i pirati, in paese un castello dove abitavano cavalieri.

Lo Ionio e la Messapia
Il mare davanti a Campomarino è lo Ionio, lo stesso della Grecia, di Taormina e di Siracusa, e d’inverno, a Torre Ovo, il sole ci va giù proprio dentro. Prima dei Greci e dei Romani questa terra si chiamava Messapia, e il suo popolo erano i Messapi, con le loro città qui a due passi: Oria, che la tradizione vuole la più importante, e Manduria. Il nome Salento, dicevano gli antichi, viene dal mare; a me piace pensare che c’entri anche il sale, perché qui mare e sale stanno sempre insieme.
I Messapi, i Greci, i Romani
A Manduria le mura dei Messapi ci sono ancora, e sono tre, una dentro l’altra, in mezzo agli ulivi. Nella grotta all’ingresso del parco c’è una sorgente, e Plinio il Vecchio scrisse che il suo livello non cambiava mai, né se ne prendevi né se ne versavi. Da allora la chiamano Fonte Pliniano.
Taranto contro Lecce
Maruggio e Manduria stanno in provincia di Taranto, ma guardano a Lecce. Qui si parla salentino, e col tarantino ha poco da spartire: quello di Taranto è un dialetto di confine, che guarda già verso Bari, mentre a Maruggio basta una frase per sentire il Salento. A sentire i maruggesi, anche le case e la cucina sono più di Lecce che di Taranto. Duemilatrecento anni dopo Archidamo non ci sono più eserciti sotto le mura: la partita si gioca a tavola, nelle parole e nei campanili, ma si gioca ancora.
Sulla costa, dall’altra parte, c’era Taranto. L’avevano fondata gli Spartani, ed era la sola colonia di Sparta in Italia; diventò una delle grandi città della Magna Grecia, e i suoi Ori si vedono ancora al MArTA, il museo archeologico. Con i Messapi non andò mai d’accordo. Nel 338 avanti Cristo un re di Sparta, Archidamo III, arrivò dalla Grecia per aiutarla a dare una lezione ai Messapi e morì proprio sotto le mura di Manduria: la lezione la presero gli Spartani. E la rivalità, a dire il vero, non è mai finita.
I Romani ebbero più pazienza: nel 209 avanti Cristo presero Manduria, e la via Appia passò da Oria per arrivare a Brindisi. Dopo Roma vennero i Bizantini, e con i monaci arrivati dall’Oriente tornarono il greco e il rito greco. Fino a quando dal mare arrivarono altre vele.
I Saraceni e Federico II
Nel piatto
Il 2 novembre in Puglia si fa ancora la colva: grano cotto, chicchi di melograno, noci e vincotto. È il piatto dei morti, e porta il nome dei kollyba, il grano bollito che i Bizantini preparavano per ricordare i defunti. Gli Arabi hanno lasciato invece una parola nel piatto più salentino che ci sia: in ciceri e tria, la pasta coi ceci con una parte della pasta fritta, tria viene dall’arabo itriyya, la pasta secca. Due popoli arrivati qui da padroni e da predoni, rimasti a tavola.
Il 4 luglio 925 gli Arabi presero Oria. Arrivavano da predoni, eppure qualcosa l’hanno lasciato anche nel piatto.
È in quei secoli che nasce Maruggio. Gli anziani raccontano che la gente dei casali distrutti si riunì in una conca scelta apposta perché dal mare non si vedesse niente; e funziona ancora: dal mare di Campomarino il paese vecchio non si vede.
Tre secoli dopo, sul colle di Oria, si fermò Federico II di Svevia, in viaggio verso le nozze di Brindisi: il suo castello è ancora lì, e ogni estate il Torneo dei Rioni rifà la sfida che, raccontano, l’imperatore volle per festeggiare.
I Templari e i cavalieri di Malta a Maruggio
In una sala del castello di Maruggio c’è una chiave di volta con una croce dalle braccia che si allargano verso l’esterno: la croce dei Templari. Quando l’ordine fu soppresso, all’inizio del Trecento, Maruggio passò ai cavalieri di San Giovanni, i futuri cavalieri di Malta, che ci rimasero cinquecento anni, fino al 1819.
Settecento anni dopo, chiedete a un maruggese chi erano i cavalieri. Vi risponderà: «Quelli di Malta!».
Le torri contro i Saraceni
Dalla spiaggia di Campomarino si vede una torre fra le case: Torre Moline. Chi ci stava di guardia, se vedeva navi sospette, correva ad avvisare il commendatore a Maruggio. Una volta non bastò: il 13 giugno 1637 i pirati sbarcarono proprio lì e Maruggio fu saccheggiata. Era il giorno di Sant’Antonio, e il paese ringrazia ancora il santo per lo scampato peggio.
Le torri della costa
- Torre Ovo, verso Torricella: messa all’asta a Taranto nel 1566, prende il nome dal monte dell’Ovo; oggi è in rovina, con il mare ai piedi.
- Torre Moline, a Campomarino: quella dei pirati del 1637, ormai in mezzo alle case; dentro c’è il Museo dell’Archeoplastica, fatto con la plastica che il mare restituisce.
- Torre Borraco, verso San Pietro in Bevagna: degli stessi anni, parlava a vista con Moline; l’hanno restaurata.
- Torre Colimena: la spiaggia davanti, la salina alle spalle, il borgo intorno.
La Salina dei Monaci
Dietro Torre Colimena c’è la Salina dei Monaci, venticinque ettari d’acqua bassa. Il sale si estraeva già in epoca romana; il nome viene dai monaci benedettini che la sfruttavano almeno dal Settecento, quando il sale era l’oro bianco. Oggi è dentro una riserva naturale, e i fenicotteri, che un tempo passavano soltanto durante le migrazioni, adesso restano tutto l’anno, con gli aironi e le garzette. Il borgo intorno sembra fermo agli anni Novanta. Al tramonto, d’inverno, è uno dei posti più belli di questa costa.
La paura veniva da lontano: dopo la presa di Otranto, nel 1480, ogni vela poteva essere quella sbagliata, e nel Cinquecento il viceré di Napoli ordinò di costruire torri lungo tutta la costa, ciascuna in vista della vicina, perché un fuoco acceso su una avvisasse le altre. Su questo tratto di mare ne restano parecchie, e una, Torre Colimena, ha alle spalle una salina.

Scirocco o tramontana?
A Maruggio, la mattina, la prima domanda non è se piove o se c’è il sole. È un’altra: «È scirocco o tramontana?». Da lì dipende tutto. L’umore, il mare, quanto si lavora e quanto si rimanda a domani.
La tramontana scende da nord. Il mare si fa piatto come una tavola, l’acqua diventa trasparente e le spiagge sono quelle che avete visto nelle foto. Fa caldo, ma un caldo che si sopporta. E la sera arriva quel venticello che vi fa tornare in casa a prendere un golfino.
Lo scirocco arriva da sud-est e si porta dietro l’Africa. Gonfia le onde, appiccica il sale addosso a tutto, rende l’aria pesante e bagnata già alle otto del mattino. A volte, fra l’autunno e la primavera, dal mare arrivano nuvoloni enormi carichi di sabbia: quando piove, sulle macchine resta una polvere rossa che viene davvero dal Sahara. Qui lo chiamano scirocco e basta. Quando soffia forte diventa sciruccòni. Quando è proprio impazzito, scirocco ’ncujunùtu, e la traduzione la lasciamo a voi.

Per molti è una maledizione, e lo è da sempre. Il pescatore si alzava, guardava il cielo e diceva: «Speriamo che non sia scirocco», perché con il mare grosso non si usciva. Il contadino lo diceva per l’afa, che sotto il sole rende quasi impossibile lavorare. Oggi lo diciamo ancora, ma pensando alla spiaggia: con la tramontana il mare è una tavola e non si suda.
Non che la tramontana sia sempre una carezza. D’inverno arriva dai Balcani, così gelida che scortica le capre. Per questo qui la chiamano scorcia crapi.
Così ogni mattina si esce, si annusa l’aria, si guarda da che parte piegano gli alberi, e si decide la giornata. Prima di scegliere la spiaggia, fatelo anche voi.
Il sacro
A San Pietro in Bevagna c’è una chiesetta costruita sopra una torre medievale. La tradizione dice che l’apostolo Pietro naufragò qui verso l’anno 44 e che qui disse la sua prima messa in Italia. Gli storici non ci credono. I fedeli sì.
A Maruggio il santo è San Giovanni Battista, lo stesso dei cavalieri, ma la festa più sentita è il 21 novembre, per la Madonna del Verde, con la ssittàta alla Matònna, la veglia della sera prima. Si racconta che guarì i bambini dal favismo, la «malattia verde»; c’è chi parla di una pestilenza, e chi dell’ennesimo assalto dei predoni.


La Settimana Santa di Taranto
Il Giovedì Santo, dal Carmine, escono i perdùne: confratelli incappucciati e scalzi che vanno a coppie di sepolcro in sepolcro con un passo lentissimo, la nazzecata, un dondolio che sembra non portare da nessuna parte. A mezzanotte esce l’Addolorata; il Venerdì escono i Misteri, che rientrano solo il sabato mattina. E il Natale, a Taranto, comincia un mese prima: il 22 novembre, per Santa Cecilia, le bande suonano le pastorali per le strade prima dell’alba e nelle case si friggono le prime pettole.
A Taranto il sacro ha un altro passo, lentissimo, e anche il Natale comincia prima.
Villa Montoto e la Maviglia
Nell’Ottocento i Gigli, nobili di Manduria, avevano a Maruggio Villa Montoto, con l’unico giardino massonico del Salento. In paese si racconta che uno dei Gigli, forse il figlio, chiamò la masseria vicina Maviglia per la sua gatta, Viglia, «ma Viglia», alla francese, e che in mezzo al portico della villa seppellì il suo cane, Toto: «Mon Toto». Si dice anche che alla Maviglia i Gigli ospitassero massoni da tutta Italia e li iniziassero con riti pagani. Sono dicerie, ma vox populi.
Fuori dalle chiese girano storie di un altro genere, a Villa Montoto e alla Maviglia.

Fori
I fichi cucchiati
I fichi si aprivano a metà e si stendevano al sole sui cannizzi, le stuoie di canne che oggi fanno ombra, anche a Corni di Fiasco, e allora servivano a seccare fichi e pomodori. Quando erano secchi si richiudevano a coppie, cucchiati, con dentro una mandorla: per questo le donne passavano le giornate a cazzare mènduli. Erano la colazione e la merenda di tutti, davano forza per una giornata nei campi, e arrivavano fino in America. In tutta Italia si dice ancora «fare le nozze coi fichi secchi», per una festa fatta con poco. Qui, per tante famiglie, quei fichi erano proprio tutto quello che c’era.
Mio padre è nato nel 1939. Quando era bambino, d’estate, si andava tutti «fòri», a trovare la nonna in campagna. Le donne cazzavano mènduli, schiacciavano le mandorle per i fichi; gli uomini lavoravano i campi; i bambini giocavano insieme e correvano liberi fino alle dune, che prima della litoranea erano altissime e arrivavano dritte al mare.
«Fòri» vuol dire fuori: fuori dalle mura, fuori dal paese. Con la stagione dei raccolti ci si trasferiva in campagna e ci si restava fino alla vendemmia. Si viveva all’aperto, col sonnellino del pomeriggio all’ombra dei siòzi, i gelsi dalle chiome enormi, e la notte si dormiva ammassati nei trulli e nelle casette, senza fogna, con l’acqua del pozzo, anche due famiglie per trullo. D’inverno ogni famiglia stava per conto suo, ci si vedeva a messa la domenica; d’estate si divideva tutto, il lavoro, il cibo, la compagnia.
C’erano i fichi cucchiati, l’oro di Maruggio, la colazione e la merenda di tutti.
Il dùnico e il Primitivo
Il dùnico, come lo ricordano i vecchi, era un rosso forte e speziato. Oggi il vino di qui si chiama Primitivo di Manduria, perché partiva dalla stazione di Manduria, sui vagoni cisterna, verso la Francia e il Nord Italia, a dare corpo agli altri vini. Ma il vitigno è di tutta questa terra, Maruggio compresa, ed è lo stesso dello Zinfandel californiano e del Tribidrag croato: lo ha detto il DNA. Arrivò dall’altra sponda dell’Adriatico, a Gioia del Colle prese il nome perché maturava prima degli altri, e a Manduria, racconta la tradizione, lo portò nel 1881 una contessa di Altamura, in dote al marito. Un cugino lo piantò proprio sulle dune di Campomarino. E perché a Milano lo preferivano annacquato, lo racconta lo zio Pici nella pagina del Primitivo.
C’era il mieru, il vino, dal latino merum, il vino schietto; e c’era il dùnico, quello delle viti piantate sulla sabbia delle dune.
L’olio lampante
L’olio buono si mangiava. Quello che restava, acido e scuro, era olio lampante, da lampada, e dal Seicento il Salento ne fece un commercio. Si lavorava nei frantoi scavati nella roccia, dove sotto terra l’olio non si rapprendeva, e da Gallipoli partiva per i lampioni di Parigi, Londra, Amsterdam e Stoccolma. Prima del gas, le strade d’Europa le illuminava anche questa terra.
L’olio, quello che non si mangiava, faceva più strada di tutti: arrivava fino ai lampioni di Parigi e di Londra.
Intorno, il paesaggio che si vede ancora oggi: i muretti a secco tirati su dai paritàri con le pietre tolte all’aratro, i confini segnati da una finèta di tre o quattro alberi, e i trulli saraceni, bassi e larghi, che guai a chiamarli così davanti a uno della Valle d’Itria.
La sera tutti intorno al fuoco: un organetto, un violino, una chitarra, i panzerotti e il vino, i canti della tradizione, poi a dormire, per svegliarsi all’alba. Quei fuochi non servivano solo a fare luce.
Restaurando Corni di Fiasco ho cercato di ritrovare la semplicità che dovevano avere quelle persone, in quei tempi.
Il pagano
Qui il calendario cristiano non ha cancellato quello di prima: ci si è seduto sopra.
Sulla duna della Madonnina, a Campomarino, dove oggi c’è la cappella della Madonna dell’Altomare, sorgeva un tempio greco di Artemide. Il 15 agosto due processioni, una in barca dal porto e una a piedi lungo la costa, si incontrano proprio lì, sulla duna. Negli stessi giorni i Romani festeggiavano Diana, l’Artemide latina, con le Nemoralia, processioni notturne di fiaccole. Che l’Assunta del 15 agosto sia nata da lì nessuno l’ha mai dimostrato; ma la data è quella, e la processione arriva dove c’era il tempio della dea.
Con San Giovanni è andata allo stesso modo. La sua festa cadeva il 24 giugno, a ridosso del solstizio d’estate, e quella notte si accendevano i fuochi, come ancora oggi in Lettonia per i Jāņi; poi, nel 1928, un vescovo la spostò a luglio. La vigilia di Natale, a ridosso del solstizio d’inverno, se ne accendevano di più grandi, che a Maruggio sono diventati «li fuechi di cristo piccinnu», i fuochi di Gesù piccolo: si dice per tenere in vita il rito antico, e per tenere al caldo il figlio di Dio appena nato. Io penso che Maruggio col pagano abbia sempre avuto un rapporto particolare: le feste più antiche cadono sui solstizi, e i cavalieri di San Giovanni scelsero proprio questo paese. Sarà un caso.
E poi c’è la pizzica. Oggi la si balla in piazza d’estate e sembra un gioco di corteggiamento da cartolina. Ma nasceva come rito, e non era un rito luminoso: serviva a liberare le donne «pizzicate» dalla tarantola, quelle che Ernesto de Martino venne a cercare nel Salento nel 1959 e raccontò in La terra del rimorso. Io di tarantate non ne ho mai viste, ma i racconti degli anziani ne sono pieni. E sotto quel rito in molti ne vedono uno più antico ancora: i baccanali, i riti di Dioniso portati qui dai Greci, con il vino, la danza e la trance. Non c’è una prova, ma è difficile guardarla ballare e non pensarci.
Corni di Fiasco, a un minuto dal mare di Campomarino.
Le foto della chiesa madre e di Villa Montoto sono di Alba de Angelis; le altre immagini e i video sono di Valerio.